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19/12/2014Fiscale

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 27 luglio 2012, n. 13504

Tributi - Mancata emissione della ricevuta fiscale - Operazione annotata nel registro dei corrispettivi - Sanzione - Sussiste

 

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza del 19 gennaio 2006 la CTR-Piemonte ha rigettato l'appello proposto dall'Agenzia delle entrate nei confronti di I. L. confermando il parziale annullamento degli avvisi notificati al contribuente in data 14 e 19 aprile 1995, con i quali gli erano state irrogate le sanzioni di 26 e 28,4 milioni di lire per l'omessa emissione di 61 e 71 ricevute fiscali rispettivamente negli anni d'imposta 1992 e 1993.

2. L'interessato aveva impugnato in prime cure gli avvisi chiedendone l’annullamento integrale, per essere mancato qualsiasi danno concreto per l'Erario stante l'avvenuta registrazione delle operazioni nel registro dei corrispettivi, ovvero, in subordine, il temperamento con riduzione sino a un decimo delle sanzioni ai sensi dell'art.1 D.M. 1° settembre 1931.

3. L'Ufficio aveva resistito, contestando la pretesa natura solo formale delle infrazioni ascritte al contribuente, nonché l'applicabilità dei benefici previsti dall'invocato D.M.

4. La CTP-Alessandria, riconosciuto che l'omessa e-missione di ricevute fiscali non costituiva violazione puramente formale, riduceva le sanzioni in tutto a sole centomila lire.

05. L'ufficio appellava rilevando che il contribuente aveva chiesto nel ricorso introduttivo i benefici di cui al D.M. del 1931, mentre, con pronunzia viziata da ultra ed extra petizione, il giudice di prime cure aveva accordato trattamenti agevolativi diversi, come quelli di cui all'art.8 L. 4/29 e all'art.6 c.5 bis D.Lgs. 472/97. Eccepiva, inoltre, che tali disposizioni erano state richiamate erroneamente, al pari dell'art.8 L. 249/76 e che altrettanto erroneamente era stata determinata una sola incomprensibile sanzione per i due distinti provvedimenti, mentre al più poteva operare il beneficio della continuazione ex art.6 D.L. 697/82.

6. Il giudice d'appello, nel rigettare il gravame, ha ritenuto: a) che, vertendosi in tema di sanzioni, il comma 5bis cit. fosse applicabile quale norma sopravvenuta più favorevole al trasgressore; b) che il giudice tributario non fosse vincolato all'applicazione della norma invocata dal contribuente ben potendo applicare, "perché più favorevole alla parte, la disciplina di cui all'art.8 legge 7/1/29 n.4".

7. L'Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi; il contribuente non si è costituito.

 

Motivi della decisione

 

8. In rito, va rilevata la ritualità della notifica del ricorso, atteso che il procedimento notificato-rio, avviatosi il 13 febbraio 2007, si positivamente concluso il 26 marzo 2007 ai sensi dell'art.143 c.p.c-, mediante deposito presso la Casa comunale di Bistagno, giusta attestazione d’irreperibilità a seguito di cancellazione anagrafica a decorrere dal 25 marzo 2004 (certificato 5 marzo 2007).

9. Nel merito, con il primo complesso mezzo, la ricorrente denuncia: a) "errores in procedendo" ex art.360 n.4 c.p.c. sub specie di violazione degli artt. 112-346 c.p.c. e 56 proc. trib.; b) "errores iudicando", ex art.360 n.3 sub specie di violazioni degli artt.6 c. 8 bis D.Lgs. 472/97, 8 L. 4/29, 6 D,L. 697/82, 8 L. 249/76, 49 D.lva, 2700 c.c., nonché del D.M. 1° settembre 1931; e) correlativi vizi motivazionali ex art.360 n.5.

10. Rileva che i ricorsi introduttivi non si basavano sulla successione di leggi tributarie più favorevoli, né sulla normativa specificamente applicata dai giudici di merito. Aggiunge che il richiamo giudiziale al comma 5bìs cit. era fuori luogo, avendo la stessa CTP riconosciuto che l'omessa emissione di ricevute fiscali impediva di conoscere a quante prestazioni corrispondesse l’ammontare del ricavo registrato sul libro dei corrispettivi e perciò stesso di valutarne la congruità. Conclude sottolineando che il decreto IVA contiene una compiuta e autonoma regolamentazione delle sanzioni pecuniarie, che non lascia spazio ad altre fonti normative né quanto alla quantificazione concreta della sanzione (art.49), né quanto alle circostante attenuanti ed esimenti (art.48).

11. Con il secondo mezzo, la ricorrente denuncia violazione dell'art.112 c.p.c. e dell'art. 8 L. 249/76, in relazione all'art. 360 n.3 e n.4 c.p.c., nonché correlato vizio motivazionale. Rileva che il giudice di prime cure ha drasticamente e ingiustificatamente \j ridimensionato l’ammontare delle sanzioni sulla scorta dell'ultimo comma dell'art.8 L. 249/76, che, disciplinando solo la sanzione accessoria della chiusura dell'esercizio, nulla ha a che vedere con la commisurazione della sanzione pecuniaria in caso d'infrazioni plurime. Aggiunge che l'unica disposizione agevolativa operante in materia era, invece, l’art.8 D.L. 697/82, la cui applicazione, a favore del contribuente, darebbe luogo a importi si inferiori alle sanzioni irrogate dall'Ufficio, ma comunque superiori all'errato e immotivato ammontare determinato dai giudici di merito. Evidenzia, infine, che i rilievi in tal senso formulati in appello sono stati completamente trascurati dal giudice del gravame.

12.I mezzi, logicamente e giuridicamente connessi, devono essere trattati congiuntamente. Da tempo, le Sezioni Unite hanno chiarito che le disposizioni del D.P.R. 633/72 disciplinavano compiutamente la materia delle sanzioni per le violazioni dei precetti sull'IVA dettati nella stessa fonte legislativa ed escludevano l'applicabilità delle regole di cui al D.M. 1° settembre 1931, dettante norme per la determinazione delle riduzioni delle pene pecuniarie per le violazioni delle leggi finanziarie, e, in particolare, della circostanza attenuante prevista dall'art.1 del decreto ministeriale (C. 8681/1996).

13. Quest'ultima disposizione è l'unico beneficio invocato dal contribuente nell'avversare le sanzioni irrogategli e, comunque, anche le diverse norme agevolative richiamate dai giudici di merito sono estranee al sottosistema specifico e compiuto delle sanzioni per le violazioni dei precetti sull'IVA. Infatti, l'art.6, c. 1 lett. c), D.L. 697/82 stabilisce che le disposizioni del secondo e terzo comma dell'art.8 della legge 7 gennaio 1929, n.4, e del decreto ministeriale 1° settembre 1931 non operano per le ipotesi di mancata emissione della ricevuta fiscale. Comunque, l'art.29 D.Lgs. 472/97 ha abrogato dal 1° ottobre 1998 tanto il D.M. 1° settembre 1931, invocato dal contribuente, quanto l'art. 8 L. 4/29.

14. Inoltre, il richiamo della CTR al comma 5 bis dell'art.6 D.Lgs. 472/97 è del tutto fuori luogo. Tale disposizione stabilisce: "Non sono inoltre punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all'esercizio delle azioni di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell'imposta e sul versamento del tributo". Sul punto è la stessa la sentenza d'appello a evidenziare come la confermata decisione di prime cure, nel negare l’applicabilità dell'art.6, abbia escluso che "l’omissione di ricevute fiscali costituisca violazione meramente formale". TI che contraddice in sé l’operatività dell'esimente in questione, il cui richiamo da parte della CTR resta del tutto incomprensibile.

15. Infine, altrettanto incongruo è il richiamo fatto dalla CTP e implicitamente recepito dalla CTR riguardo all'ultimo comma dell'art.8 L. 249/76, che, aggiunto dall'art.6 e.3 D.L. 697/82, non disciplina alcun aspetto della quantificazione delle sanzioni pecuniarie, bensì la sanzione accessoria della chiusura dell'esercizio.

16. Tanto premesso, emerge palesemente che, come sostiene l'avvocatura erariale, la CTR trascura del tutto lo specifico richiamo fatto nel proprio appello all'art.6 e.2 D.L. 697/82, secondo cui, nel caso di più violazioni dell'obbligo della ricevuta fiscale, commesse anche in tempi diversi in esecuzione della medesima risoluzione, la sanzione può essere applicata in misura corrispondente ad un terzo del massimo stabilito dalla legge per una sola violazione, aumentata del 15% per ogni violazione successiva alla prima .

17. Invece, nella sentenza di secondo grado manca, finanche graficamente, qualsivoglia passaggio argomentativo e/o decisionale sul tema della od. "continuazione" ex art.6 c.2 D.L. 697/82 e, dunque, omette di pronunziare sullo specifico motivo di gravame proposto dalla parte pubblica, incorrendo perciò in palese "error in procedendo". Né la modestissima rivisitazione delle emergenze di causa, compiuta dal giudice del merito, dà luogo a implicito rigetto del motivo d'appello sul punto. Vale, infatti, il principio secondo cui la decisione del giudice di secondo grado che non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza del giudice di prime cure integra una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato di cui all'art.112 c.p.c., che deve essere fatta valere a norma dell'art.360 n.4 (C. 12952/07 e 26598/09).

18. Tutto ciò premesso, dichiarata assorbita ogni altra censura anche motivazionale, il ricorso deve essere accolto per quanto di ragione, con stretto riferimento ai principi sopra enunciati circa la non applicabilità, nella specie, dell'art.8 della legge 7 gennaio 1929, n.4, del decreto ministeriale 1° settembre 1931, del comma 5bis dell'art.6 D.Lgs. 472/97 e dell'ultimo comma dell'art.8 L. 249/76, nonché circa il vizio di omessa pronuncia sull'applicabilità dell'art.6 e.2 D.L. 697/82.

19. Ciò comporta la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio della causa, per nuovo esame della fattispecie concreta in forza dei suddetti principi, alla commissione regionale competente, che, in diversa composizione, liquiderà anche le spese del presente grado di giudizio.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla CTR - Piemonte in diversa composizione.