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01/08/2014Fiscale

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 11 aprile 2013, n. 8863

Lavoro subordinato - Illecita interposizione di manodopera - Mansioni diverse rispetto al contratto di appalto - Illecito - Non sussiste.

 

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza del 15 luglio 2008 la Corte d'Appello di Napoli, in parziale accoglimento degli appelli svolti dalla s.p.a. S. e dalla s.n.c. G. V., dichiarava intercorsa un'illecita interposizione di manodopera tra le predette società e sussistente un rapporto di lavoro subordinato tra T. R. e la s.p.a. S., con decorrenza dal 1°.9.1989; condannava, inoltre, quest'ultima società al pagamento, in favore del predetto lavoratore, delle differenze retributive, pari ad euro 49.961,16 oltre accessori, ed al pagamento delle retribuzioni maturate dal 15.3.2002 fino alla proposizione della domanda giudiziale, oltre accessori di legge.

2. La Corte territoriale puntualizzava quanto segue: T. R., dipendente della s.n.c. G. V. dal 1° marzo 1983, in qualità di operaio addetto alle pulizie, deduceva di aver svolto, dal 1989 al 22 febbraio 2002, presso il Banco di Napoli, filiale di Frattamaggiore e varie agenzie alla stessa aggregate, mansioni di archivista addetto alla catalogazione e ricerca dei documenti, con orario giornaliero di otto ore, dal lunedì al venerdì; che la predetta società G. V. lo aveva licenziato, nel novembre 2001, per cessazione dell'appalto di servizio di pulizia presso i locali del Banco di Napoli, e che, pur dopo il licenziamento, il Banco aveva continuato a servirsi delle sue prestazioni fino al 27 febbraio 2002, data in cui era stato licenziato oralmente; tanto esposto, chiedeva accertarsi la sussistenza dell'illecita interposizione di manodopera, ossia l'utilizzazione, da parte dell'impresa appaltante, di mere prestazioni di lavoro mediante impiego di manodopera assunta e retribuita dall'appaltatore, sul presupposto che, a norma dell'art. 1, quinto comma, legge n. 1369 del 1960, vigente all'epoca dei fatti, egli avrebbe dovuto essere considerato "a tutti gli effetti alle dipendenze dell'imprenditore vero utilizzatore delle prestazioni lavorative; chiedeva, inoltre, la condanna delle parti convenute, m solido tra loro, al pagamento delle differenze retributive tra quanto previsto dalla contrattazione collettiva del settore bancario e quanto percepito, nonché la declaratoria di illegittimità del licenziamento, con le conseguenze risarcitone di cui all' art. 18 della legge n. 300 del 1970;

- il Tribunale, in parziale accoglimento della domanda, dichiarava sussistente un rapporto di lavoro subordinato tra il lavoratore e il Banco, con decorrenza 1° settembre 1989 e qualifica professionale di secondo livello, e condannava l'istituto di credito al pagamento delle differenze retributive, in applicazione della contrattazione collettiva del settore bancario, e al pagamento delle retribuzioni maturate dal 15 marzo 2002 fino alla proposizione della domanda, oltre accessori di legge;

tale sentenza era gravata dalla G. V. s.n.c, dalla s.p.a. S. e, con appello incidentale, dal lavoratore.

3. La Corte di merito, a sostegno del decisum, riteneva, per quanto qui rileva:

- accertato, in relazione al contenuto delle mansioni e alla stregua delle deposizioni testimoniali rese dai responsabili e dipendenti delle filiali ed agenzie del Banco, che il lavoratore, lungi da svolgere attività di pulizia e facchinaggio per conto della società V., fosse stato utilizzato, almeno fin dal 1989, per prestazioni archivistiche, nei giorni e secondo l'orario da lui indicati;

- la s.n.c. V. G. svolgeva attività di pulizia, e non di archivio nel settore bancario;

- i responsabili del Banco avevano impartito disposizioni al (...) in ordine alla prestazione lavorativa e concordato, con lui, I periodi di ferie.

4. Per la cassazione della sentenza propone ricorso la s.p.a. Intesa San Paolo, indirettamente succeduta alla s.p.a. Banco di Napoli, affidando l'impugnazione a tre articolati motivi di censura, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c. Resiste, con controricorso, T. R.. La s.n.c. G. V. è rimasta intimata.

 

Motivi della decisione

 

5. Con il primo motivo la ricorrente lamenta la falsa applicazione dell'art. 1 legge n. 1369 del 1960, notando come l'impresa appaltatrice avesse fornito all'appaltante non mere prestazioni di lavoro sibbene il compimento del servizio di pulizia nei locali della Banca, con organizzazione di mezzi propri e gestione a proprio rischio. Critica la sentenza impugnata perché non avrebbe compiuto un analisi dettagliata degli elementi caratterizzanti il rapporto tra le due società, prima di pervenire al convincimento della realizzazione di un'illecita intermediazione di manodopera non sussistente, invece, nel caso di specie.

6. Nella seconda parte del motivo la stessa censura viene sostanzialmente svolta per distinti profili incentrati sulla ritenuta interposizione illecita pur in considerazione della semplicità dell'oggetto dell'appalto, oggetto che non si inseriva nell'organizzazione produttiva del Banco; sulla gestione del rapporto, di esclusivo appannaggio dell'appaltatrice; infine, sulla regolare stipulazione di un contratto di appalto per lavori di pulizia e l'accertata denuncia dei lavori all'Inail da parte dell'impresa appaltatrice.

7. Col secondo motivo, ugualmente rubricato, la ricorrente rimarca ancora l'esclusivo oggetto del contratto di appalto, consistente in lavori di pulizia dei locali dell'istituto di credito, evocando, peraltro, un subappalto tra la società G. V. e la società consortile Consorzio Italia, con duplice effetto novativo.

8. Infine, il terzo e quarto motivo costituiscono, in effetti, una sintesi delle censure già svolte ed illustrate, e si risolvono, pertanto, nella critica alla ritenuta illegittimità del contratto di appalto per profili concernenti il vizio di motivazione in ordine ai fatti accertati e all'erroneo apprezzamento delle risultanze, documentali e testimoniali.

9. I motivi, esaminati congiuntamente per la loro logica connessione, sono fondati.

10. L'art. 1 legge 13 ottobre 1960, n. 1369, vigente all'epoca dei fatti di causa, ossia prima che ad esso subentrasse una nuova disciplina legislativa in materia di somministrazione ed appalto di servizi, vietava all'imprenditore di affidare in appalto l'esecuzione di mere prestazioni di lavoro, mediante l'impiego di manodopera assunta e retribuita dall'appaltatore e dall'intermediario, qualunque fosse la natura dell'opera o del servizio a cui le prestazioni si riferissero.

11. A norma del quinto comma del citato articolo, i prestatori di lavoro, occupati in violazione del divieto, sono considerati, a tutti gli effetti, dipendenti dell'imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni.

12. La questione che la ricorrente sottopone, ora, alla Corte è se detta fattispecie legale possa ritenersi realizzata quando, stipulato un contratto di appalto per un certo servizio da svolgere con una determinata prestazione (pulizia locali) alcuni dipendenti dell'appaltante utilizzino i dipendenti dell'appaltatore per altre prestazioni (lavori archivistici), non previste nel contratto d'appalto.

13. Alla questione deve darsi risposta negativa.

14. Quando, come nella specie, il soggetto appaltante sia un'impresa costituita in forma societaria, le sole attività, negoziali e materiali rilevanti sono quelle compiute dagli organi deputati a formare ed estrinsecare la volontà della società, nonché a rendere imputabile alla medesima le attività compiute.

15. Inoltre l'art. 1 legge cit. fa riferimento a certe "prestazioni di lavoro", previste nel contratto d'appalto, e non alle altre che i lavoratori, dopo la conclusione del contratto, vengano eventualmente a svolgere.

16. Da ciò consegue che, nei casi in cui l'attività svolta, di fatto, dal dipendente dell'appaltatore sia diversa da quella pervista nel contratto d'appalto, non trovano applicazione il quinto comma dell'art. 1 cit. il quale non può essere applicato neppure quando, come nella fattispecie all'esame della Corte, l'iniziativa per affidare al lavoratore quelle attività sia assunta da dipendenti dell'appaltante, dei quali non sia stata accertata la competenza a stipulare contratti di lavoro subordinato o, per lo meno, ad adibire di fatto i lavoratori dipendenti a mansioni diverse da quelle per le quali essi siano stati assunti.

17. Questo accertamento non risulta compiuto dalla Corte d'appello che si è limitata a scrivere, in motivazione, che il lavoratore, attuale controricorrente, fu assegnato alle mansioni di archivista da non meglio precisati "responsabili del Banco», dei quali non è stato accertato l'ambito di competenza e quindi di responsabilità.

18. Tutto ciò comporta che, accertata l’utilità per la banca appaltante delle opere svolte dal lavoratore, ancorché non in base ad un valido contratto di lavoro, egli poteva essere retribuito per le prestazioni di fatto rese solo ai sensi dell'art. 2126 c.c.

19. La falsa applicazione dell'art. 1 legge cit. comporta, pertanto, la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio alla medesima Corte d'appello che, in diversa composizione, verificherà l'applicabilità dell'art. 2126 c.c. e provvederà di conseguenza, uniformandosi al seguente principio di diritto: "L'art. 1 legge n. 1369 del 1960 prevede che certe prestazioni di lavoro, possibili nell'ambito organizzativo dell'impresa pseudo-appaltante, vengano affidate all'impresa pseudo-appaltatrice. Esula dalla previsione normativa il caso in cui l'impresa appaltatrice di certe prestazioni (pulizia) tolleri che suoi dipendenti eseguano prestazioni d'altro genere (archivistiche) a vantaggio dell'appaltante, ma senza manifestazioni di volontà dei suoi organi competenti. In tal caso, verificata l'utilità effettiva per l'impresa cosiddetta appaltante, questa sarà tenuta alla remunerazione ai sensi dell'art. 2126 c.c.".

La Corte di rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il ricorso, cassa con rinvio alla Corte d'appello di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.